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Raymond Queneau - Zazie nel metró

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sono passati da qui *loading* incoscienti

24/05/2009
Il prete e l'amico immaginario

Gli dico Allora, adesso entriamo in quella chiesetta del ‘600 e ci facciamo una bella dose di barocco siciliano. Fa’ il bravo, non dare confidenza ai preti ché poi tornano in cappella e si smanettano pensando alle focature del tuo pelo fulvo. Sta’ lontano da qualsiasi cosa somigli anche solo vagamente ad un angolino, ché poi mi tocca pulire il sagrato e non c’ho voglia. Vedi di pisciare fuori dal seminato, per favore. E sorridi, il barocco ti piacerà. Lui mi guarda scodinzolando energicamente. Poi rallenta. Infine smette. A me il barocco fa venire l’ansia. Appunto. Vuol dire che funziona. Storce leggermente il muso verso destra, rimette la testa a posto e fa crucciato Non sei troppo sconcia per entrare in una chiesa? Il suo musetto schiacciato indica il cartellone appeso all’inferriata del portico. Severamente vietato entrare in chiesa con pancia scoperta, minigonna e pantaloncini. Appunto. Non c’è scritto tette al vento. E poi lasciatelo dire. Sei pedante. Lui si stende a terra come un tappetino e sbuffa sotto le vibrisse. Loro sottoscrivono un comandamento in cui è severamente vietato commettere atti impuri, poi si inculano gli undicenni e io dovrei farmi scrupoli per una stupida scollatura? Ho 30 anni e sono una femmina, quindi del tutto inoffensiva. Tu piuttosto. Vai in giro con le grazie in bella mostra e sempre pronto all’erezione. Vergognati. Sarà, fa lui spazientito. Entriamo. Interno molto sciatto, fatto di un barocco nell’insieme assopito, qualcuno avrà detto allo scultore di risparmiare sullo stucco perché tanto i fedeli erano fedeli abbastanza.
Dentro è vuoto, fatta eccezione per quel lezzo di incenso che riuscirebbe a convertire anche i beduini. Guarda quel puttino tutto aggettante. Non è carino? Lui poggia il culo a terra e sbadiglia sguaiato. Quello non è un puttino. È un nano con l’esoftalmo, evidentemente ipertiroideo e con le alette rattrappite. Esoftalmico lui? E tu che sei un pechinese con gli occhi di un polpo e il muso introflesso di uno appena incidentato? Sai cosa sei? Sei un esserino pieno di conflitti interiori. L’invidia ti divora. Certo, sono invidioso di un putto con la testa che spunta da una lesena e il culo presumibilmente murato. Oh, attenta. Arriva un prete. Scodinzola. Che cazzo scodinzoli ai preti?
Scusi, ma i cani qui non possono entrare.
Cani? Quali cani? Faccia vaga. Cani come quello lì, mi dice indicando.
Oh, ma lui non è il mio cane. È solo il mio amico immaginario. Dato che lo vede anche lei, se vuole da ora può essere anche il suo. Sorrido amabilmente. Il prete guarda me con condiscendenza e le possibili vie di fuga con interesse. Capisco, ma vede. Questa è una chiesa, è un posto consacrato. Ha un colorito itterico e le mani giunte all’altezza dell’inguine. Lo so, gli rispondo, ma anche il mio amico è piuttosto consacrato dalle sue parti. Su, non facciamo xenofobia, ad ognuno il suo. Questa è la casa del suo signore, che xenofobo non lo è per natura e dicerie. Il mio signore? Non è anche il suo?, aggrotta le sopracciglia per curiosità chiaramente provocatoria. Ma non cederò. Ora gli stringo la mano e me ne vado contenta. Non dargli corda. Saluta educatamente e andiamo, mi bisbiglia lui saggiamente. Ha smesso di scodinzolare.
Vede, servirebbero ore, io ero venuta qui soltanto per fare vedere al mio amico un po’ di barocco. Non ho proprio tempo, mi dispiace. Arrivederla, padre. Faccio dietrofront sulla stessa navata da cui sono arrivata e sento dire al prete con voce più grossa di poco prima Ma se questo non è il suo Dio, perché mi chiama padre? Beh, perché è così che vi chiamano, no? Padri. Perché siete i padri dei vostri fedeli, che voi chiamate figli. Ok, ora basta. Risaluta e andiamo.
No, aspetta. 'Sto Neo tamarro... E appunto, lascialo stare alla sua santa Trinity.
D’altronde, nella parte del padre, è molto più facile far passare tutto per una colpa che voi e solo voi potete perdonare. È lavoro. Il perdono vi dà il pane.
Proprio non ce la fai a chiudere quella bocca. Mi scappa, su andiamo. No aspetta, deve capire. Ma capire cosa? Andiamo, altrimenti gliela faccio sull’inginocchiatoio. Come ha detto? Nulla, parlavo col mio amico. Ne ha molti di amici immaginari? Come lui, dice? Sì, come quello lì. Oh, mi ha chiamato di nuovo quello lì. Fagli il culo. No, lui è quello scarso. Per fortuna gli altri sono alti e gnocchi. Capisco. Vuole venire a fare due chiacchiere con me? Non le stiamo già facendo? Certo, però in un posto più tranquillo sarebbe meglio. Più tranquillo di una chiesa vuota c’è solo la tomba, con la differenza che lì non c’è modo di saperlo e il paragone è a senso unico. È un problema di coscienza e la mia sta a posto, vada tranquillo. Non volevo parlare della sua coscienza, mia cara. Solo di ciò che prima ha definito il mio dio e mio soltanto. Yahwn. Vede, dio è di tutti, sta a noi accettarlo nel cuore e coltivarne l’amore per sempre. Yahwn. Una volta scoperto, dio non abbandona mai nessuno.
Ok, ora conficcagli un paletto nel cuore. Perché non glielo conficchi tu? Perché non ho il pollice opponibile.
Ad un certo punto, sotto una cupola affrescata vorticosamente e delle teste d'angelo sporgenti, sono finita a parlare di dio. Con un prete. Farei prima a parlare di cucina con un’anoressica. Almeno siamo in piedi, evito il rischio di una parvenza di genuflessione anche da una diversa prospettiva o con un semplice CTRL – L.
Che ne ha fatto di dio? Se l’è mangiato il gatto, gli rispondo. 
Avanti, signorina. Sia seria.
Sa che là fuori chiamare signorina una ragazza equivale a darle della battona?
Battona? Cos’è una battona?
La battona è una puttana. Una prostituta. Una bagascia. Una succhiacazzi a pagamento.
Signorina, la prego. Si ricordi che siamo in una chiesa.
Ha ragione, scusi. Una bagonda. Una escort. Una baldracca. Una Maddalena d’oggi.
Va bene. Ha reso perfettamente l’idea. Una donna dai facili costumi.
Già, una di quelle da Mestiere più antico del mondo. Ha presente, padre?
Sì, ho presente.
Ah. Bene. E non se ne vergogna?
Di cosa?
Di aver presente una puttana.
Oh, ma insomma. Non sia così provocatoria. Sa benissimo cosa intendo se dico di aver presente una prostituta.
Ah, lo so?
Sì, lo sa. Intendo dire che so cosa sia e cosa faccia, senza necessariamente averne conosciuto direttamente i favori.
Si sbrighi, allora.
Torniamo a parlare di Dio?
Guardi, tra dio e prostitute, preferirei continuare a parlare di prostitute. In linea teorica vado indubbiamente più d’accordo con loro. Almeno sono lavoratrici oneste e infaticabili. Il suo dio è piuttosto il capo di una multinazionale che macina soldi e anime a palate anche dopo aver dichiarato il fallimento.
Almeno sta ammettendo che ci sia. È già qualcosa. Arriverà un giorno in cui sapere che esista non le basterà, avrà bisogno di cercarlo e a quel punto mi auguro per lei di trovarlo quanto prima.
Ma scherza?
Certo che no. Me lo auguro con tutto il cuore. Ed è sincero nel dirlo, perciò c’è tanta pena.
Lei pensa davvero che un giorno potrei avere la voglia e il tempo di andare a cercare il suo dio?
Perché? È troppo impegnata?
Sì.
E da cosa?
Dalla vita.
Dalla vita?
Sì. Dalla vita. Sono troppo impegnata dalla vita. Ne ho una, è questa. È la mia. Il prima e il dopo non mi interessano. Mi preme il durante. E il durante è sottoposto a leggi irreversibili per cui va già quando lo si chiama. Ed è già tardi. Non ho tempo, padre. Non bastano i miei tre minuti per badare a rimettere l’anima chissà dove e chissà a chi. Per adesso è la mia e, fintanto che lo sarà, la nutrirò col solo dio che da donna sono in grado di conoscere.
E di che dio si tratta?
Dice chi sia quel dio?
Proprio quello. Chi è quel dio?
Quel dio sono io.
Interdizione davanti e scodinzolio esagerato sotto.
Sta per caso dicendo che lei è dio così come quel cane è il suo amico immaginario?
No. Io sono il mio dio, né il suo né di chiunque altro. A lei e a chiunque altro lascio il proprio e la possibilità di trovarlo dovunque vogliate. Ma le assicuro che non c’è bisogno di qualcosa a cui fare otto per mille favori. Basterebbe riflettere sulla vita e sul valore sommo da assumere nel frattempo. Il mio sono io, il resto è arredamento.
Capisco.
No. Non è vero. Lei mi guarda e davanti a sé vede una pazza che farnetica con amici immaginari e definibile a buon diritto maniacale e megalomane. Ma sarebbe un diritto buono solo in funzione  antiindividuale. E va bene così. Deve essere così. Non può essere altrimenti. Il suo valore è qui dentro, nell’ostia consacrata, nelle scritture e nelle proiezioni inverosimili o, per lo meno, momentaneamente inutili. Quelle che per lei sono verità ontologiche, per me sono storielle che, anche se avessi il tempo di leggere, non condizionerebbero il mio sonno. Perché su quello non ho alcun controllo, se non una parvenza di idea che non fa parte del mondo dei miei sensi e che quindi è nulla.
Non crede di essere un po’ troppo arrogante?
Perché mi preme la vita e mi disinteresso del resto?
Anche.
No, padre. Mi sentirei arrogante se sciorinassi supposizioni spacciandole per verità assolute. Se parlassi usando robaccia come Per sempre, Infinito, Tradimento, Esatto, Vero, Colpa, Assoluto. Sarei arrogante se, pur conoscendo il corso di una storia che ha tentato di perseguire quell’innaturale robaccia, non facessi niente per evitare che continui ad offendere la vita. È una cosa che da sé richiama a sé e in confronto il suo dio è una banale sottocategoria.
Sarà nelle mie preghiere, cara.
Con o senza tette?
Il suo amico immaginario ha appena fatto pipì sulla mia scarpa.
È un cane. Dove altro avrebbe dovuto farla?


Postato da: janisblu a 00:21 | link | commenti (23)

26/03/2009
Nuova casa (e mini ode alla flatulenza)

Ho vissuto ventisette agresti anni in una casa in cui le sveglie erano i cinguettii degli uccellini e il silenzio era tale che il sorgere del sole faceva quasi rumore. Ora ho cambiato baracca. Evviva la poesia, tutto era bello, verde e fiorito, ma i burattini avevano ricevuto uno sfratto grosso quanto il culo di un Botero e di malavoglia sono stati costretti a mettersi a dieta. Al posto dei chili, ad andare via sono stati i piani. Uno al posto di tre. Per mia madre è una fortuna. «La cosa che più mi piace di questa nuova casa è che adesso staremo tutti su un piano» Se quantifichiamo, i tutti di cui parla siamo io e lei, e ancora non vedo dov’è il culo. Una folle che, forse per l’età, trovi vantaggioso non fare più le scale? Io tornerei a farle volentieri quelle scale di legno lise da ventiquattro anni di corse e tre di cadute, e andare al piano di sopra quantomeno per poter vedere il mare da una finestra – o i miei vicini papponi che arrostiscono crasto a bordo piscina.
Basta con i romantici solfeggi. Un primo piano ha davvero i suoi vantaggi. Per esempio quello di assistere alla raccolta dell'immondizia. Mai sottovalutare il fascino della quotidianità, soprattutto quella cestinata. Mi ero sempre persa la deliziosa cura dei camion nell'accostarsi perfettamente ai cassonetti, l'emozionante momento del salto degli intrepidi spazzini (burp, operatori ecologici), la malinconica immagine del camion carico degli escrementi dei miei cani che si allontana verso il magico mondo sovratassato delle ceneri. Quanta bellezza nella downtown.
Poco fa, proprio mentre addentavo il primo pezzo del primo fungo delle prime pappardelle della prima cena nella mia prima nuova casa, immaginavo, da fantasciccosa psicolabile cresciuta con gli uccellini, che da tutto questo verrà fuori una persona veramente yeah, talmente yeah da saper discutere delle dinamiche di raccolta della spazzatura e di riunioni e/o omicidi condominiali. E ai vari vantaggi di una nuova casa c'ho pure creduto, ma sapevo che stavo fingendo. Non ho avuto neanche il tempo di dedicarmi alla mia patologica impostura che nel giro di pochi attimi è piombata una sequenza velocissima di sirene, sgommate e un botto da infarto dalla strada al mio soggiorno con furore. E la pappardella mi si è fermata in gola. Ho tracannato un bicchiere d'acqua mentre mia sorella cercava una biro per farmi una tracheotomia, «Ok, sto bene» e sono rimasta impietrita a guardare le veloci scie blu delle sirene riflesse sul pavimento del corridoio. Che gittata potentissima 'sti poliziotti, pensavo. Sono corsa alla finestra del salone che dà sulla strada trafficata in cui scorrazzano i miei nuovi vicini cittadini cercando Erik Estrada, ma c’erano solo un motorino per metà a terra e per l'altra incassato nel paraurti anteriore di una macchina parcheggiata all'angolo di una strada in curva, la volante che ha reso il mio salotto una pista psichedelica e dietro, sull'asfalto, il segno nero di una frenata di cinque metri. Un poliziotto piuttosto figo in piedi, accanto lo sportello del guidatore, mani in tasca, si guarda intorno camminando a passi larghi. Dall’altra parte, lo sportello del passeggero è rimasto aperto. Quindi, ricamiamo: o due poliziotti annoiati stavano rincorrendo un ragazzino sulla moto, l'hanno preso in pieno e uno dei due è andato ad occultare il cadavere (ma la polizia non fa ancora di queste cose di fronte a gente affacciata al suo balcone che sta assistendo a questo dolce spettacolino notturno, quindi questa è un'ipotesi futuribile, ma del cazzo), oppure si sono dati all'inseguimento di un poveraccio truffaldino che curvando si è impolpettato contro una macchina e si è dato alla fuga. A quel punto una delle due sottopagate guardie dello Stato sarà scesa molto atleticamente dalla macchina non prima di essersi molto scenicamente passata una mano sui capelli. La trama si fa interessante, aspettiamo dunque il ritorno da vincitore del collega per avere la nostra buona dose di catarsi quotidiana. E infatti, pochissimo dopo, eccolo spuntare dalla quinta laterale, camminando dietro un ragazzino che avrà al massimo 14 anni, in manette, con le braccia stirate dietro la schiena e un'espressione non proprio contenta. Qui ci sta l'applauso. Tutti hanno quello che volevano, giustizia è stata fatta, un bell'applauso cittadino ci starebbe. E infatti arriva, timido e stonato, come se chi lo sta facendo temesse dall’alto del suo balcone di essere riconosciuto dalla folla buia e poi punito per la parte presa. Applaudire è un ottimo modo di dissacrare qualcosa, ma qui la cosa è vera e un vero applauso non basta.
Per quanto mi ricordi, nel vedere un sedicenne che torna da un disperato tentativo di fuga, strattonato e violentemente costretto a salire in macchina battendo ripetutamente la testa allo sportello, un po' di soddisfazione vorrebbe esserci. O dovrebbe esserci.
Sto diventando amorale.
E rutto pappardelle.

Crisi del cazzo.



Queste cazzate sono state scritte davvero la prima sera in cui sono andata a stare in una nuova casa, circa un mese fa. Nel frattempo ne sono successe di cose. Alcune divertentissime. Come quando un motorino parcheggiato sul marciapiede davanti il mio palazzo ha preso fuoco, distruggendo la macchina posteggiata alla sua destra.
La mia era quella a sinistra.
Ringrazio ancora dio Eolo per aver spirato almeno una volta dalla parte giusta.

Ma la cosa che ad oggi resta la più divertente tra tutte succede ogni mattina, quando esco in terrazza a bere il mio caffè e al posto del mare e degli uccellini vedo il vecchio signore del palazzo di fronte (cui la mia fantasia ha dato il nome di Totuccio) che, puntualmente, si affaccia al suo balcone, si smanetta deliziosamente il pacco, con una sistematicità quasi commovente stende il culo di lato per alcuni secondi e infine rientra in casa, visibilmente soddisfatto.


Postato da: janisblu a 18:24 | link | commenti (16)

15/12/2008
Significato e significante - suggestive riflessioni dicotomiche sul Natale

tutto bene??
ciao
Luca


Tutto bene?
A Natale?
Come chiedere ad uno stitico se gli piaccia la limonata.
A Natale va bene un cazzo.

Non perché sia cattiva in sé la festività, anzi. La storia della natività col bue e l’asinello è molto toccante e i regali dei re magi sempre meglio della solita bottiglia di vino.
Però è indiscutibile che a Natale niente vada davvero bene.
Perché la gente che va dietro al Natale non sta mai davvero bene.
Quindi sarò pure la solita infantile riottosa, ma scatta l’odio violento e spietato per tutto quel che sotto Natale nasce, cresce, muore. 
Dall'odio salvo solo i Francescani del convento di fronte casa, solo perché i vecchietti barbosi che vanno in giro in sandali anche d'inverno meritano stima e ammirazione, oltre al posto che spetta loro di diritto in paradiso.
Mentre tutti quelli che a dicembre parcheggiano in tripla fila perché Natale vuol dire intasare i centri commerciali e mi fanno fare tre giorni di coda perché a me serve un banalissimo mouse nuovo e loro hanno ben deciso di svuotare un intero negozio, meritano anatemi e purgatorio.
C'è il bisogno maniacale di spendere convulsamente la tredicesima?
Perfetto. Erigiamo una cittadella dove chi ne ha una possa andarsene a 'fanculo senza per forza rendere invivibile un intero centro storico? Propongo Bellolampo: dal produttore al distributore al consumatore alla monnezza, accorciamo pure l'iter classico del consumo e niente più TARSU.

"Stanco della solita gente che a Natale vuole solo passeggiare per la sua città?
Vieni a Bellolampo.

A Natale puoi
fare quello che non puoi fare mai
È Natale e a Natale si può fare di più
Per noi
A Natale puoi

Le feste a Bellolampo: un Natale agevolmente acquistabile. Immediatamente defecabile".


Oggi, mentre aspettavo di pagare il mio piccolo mouse di merda, ho ingollato qualsiasi cioccolatino e ogni cosa gli somigliasse nel raggio di cinque metri. Dopo un po' ho finalmente capito perché in tutti i negozi del mondo le porcherie da mangiare siano sempre vicino le casse, solo che era troppo tardi, perché ero già ciccia, brufoli e quasi in peritonite. Eppure sussiste il mistero della fede natalizia: perché, oltre ai cioccolatini e alle gomme da masticare, gli scaffali delle casse pullulano di rasoi e preservativi? Che va bene ingannare l'attesa sgranocchiando qualcosina, ma farsi una depilazione o qualcuno mi sembra eccessivo, un atteggiamento molto poco natalizio .
Anche perché ci sono i minori. Il popolo dei centri commerciali sotto Natale è fatto dai bambini. Solo che non sono bambini normali. Sono piccole bestie dopate.
Il bambino tipo in un centro commerciale ha smesso all'improvviso di appartenere alla categoria dell'homo erectus: non si muove su due gambe, ma per lo più striscia sul pavimento strattonato per un braccio dalla mamma che non bada alla frattura dell'ulna subita dal figlio perché è troppo presa dai mestoli Guzzini. Quando il bambino inizia a scivolare sulla pozzanghera delle sue stesse lacrime e intorno al loro esempio di famiglia felice s'è raccolto un folto numero di spettatori pronti a chiamare gli assistenti sociali, la premurosa mamma solleva finalmente il piccolo inferocito e borbotta qualche ipocrita vezzeggiativo mettendosi la bocca a culo di gallina.
«Mu cicciu, c'è bisognu di furu cusì?»
Ma il bimbo, ormai in preda ad una crisi isterica, giustamente la schiaffeggia. Per punirlo, la mamma gli ficca in bocca il ciuccio più e più volte caduto a terra, forse sperando che a quel punto il figlio muoia per infezione da acaro.

Il motivo per cui i bambini preferiscono una frattura al braccio piuttosto che continuare a girare coi loro genitori per i centri commerciali è chiaro: assistono all'acquisto di cose assurde e abominevoli ma, non potendo esternare adeguatamente il loro disappunto, simulano imminenti attacchi epilettici e convulsioni. Purtroppo non si sentirà mai un bambino di cinque anni dire alla sua genitrice “Madre, in questo periodo di crisi universale, comprare un cicciobello che rutta se lo premi mi sembra decisamente fuori luogo e anche un po’ offensivo”. Invece lo si vedrà dentro un carrello della spesa a diventar paonazzo e dare violenti calci all’aria.
Uscendo dal centro commerciale, ho visto una signora e sua figlia che facevano la fila per farsi incartare il "Set dell'Ironing Girl" che non pensavo potesse essere quello che avevo temuto, ma lo era: un'asse da stiro e uno appendiabiti in miniatura.
La bambina aveva il volto rigato dalle lacrime evidentemente appena versate copiose e adesso era notevolmente perplessa.

Se avessi sette anni e mia madre mi regalasse il "Set di Iron Girl", la denuncerei per danni morali e istigazione alla vita domestica.

E le commesse. Vogliamo parlare delle commesse?
Le care commesse (quelle che io tratto sempre con grandissimo rispetto e garbo e che, di risposta, mi rimandano occhiatacce da tantolosochetifacciosolopena o, ben che mi vada, puntuale indifferenza ad ogni saluto che porgo) si mettono a lavorare dopo essersi date appuntamento alla Città della Lentezza.
E se capita che un cliente chieda ad una di loro "Scusi, potrebbe dirmi il prezzo di questo?", nel tempo che questi impiega a porgerle l'oggetto in questione, lei gli lancia il più uterino degli sguardi, gli sgancia un sorriso al veleno pur avendo un crocifisso di tre chili appeso al collo e, quando infine la principessa sullo sgabello risponde "Certo, dia qui", sembra che le abbiano chiesto di scorticarsi il petto e spremerci sopra una spugna imbevuta di limone.
Un po' di leggerezza, suvvia.
Le misere sette ore in cui fate nulla fuorché poggiare il culo su una sedia sono un problema?
Crema per piaghe da decubito e andiamo.

E per cortesia, vogliamo aiutarle a truccarsi un po' meno da Incantevole Creamy?
Che bisogna fare perché le commesse capiscano che le probabilità di essere notate da un talent scout mentre passano allo scanner il codice a barre di Guitar Hero è davvero bassa?
Creare un gruppo su facebook?


Postato da: janisblu a 19:41 | link | commenti (19)

26/11/2008
For no one

There will be times when all the things he said will fill your head.
You won't forget him.


Postato da: janisblu a 21:48 | link | commenti (4)

16/11/2008
Finché c'è culo, c'è speranza

Il tempo passa e sai che è un’invenzione. Le occasioni in cui accorgersi che sia un’impressione -comune quanto basta per sembrare vera- sono poche, ma quelle poche bastano ad incidere sulla tua psiche consumata e già rugosa. Come quando ti scopri a guardare il culo di un ventenne per un buon paio di minuti, ma al terzo ti chiedi che cazzo stai facendo, ti dai dell’idiota lasciva e provi a spremere il tuo apparato emotivo per ricavarne un surrogato di bugiarda vergogna. Ormai hai una certa età e in questa i culi giovani non sono poi tanto legali. Così, con non poca forza d’animo, sposti l’attenzione su qualcos’altro, per fortuna ti imbatti nel culo meno giovane di suo padre e, reputandolo interessante al pari di quello del figlio, puoi pure indugiarvi un po’ più di quanto ti fossi permessa in precedenza. Per quanto ne sai di buoncostume sistemico, questo è uno di quei casi in cui l’illecito sussisterebbe nel caso in cui le parti si invertissero e fosse quel 50enne a radiografarti il culo. Mentre ringrazi l’universo e la sua legge relativa, guardando quel fondoschiena che ha evidentemente deciso di affacciarsi alla terza età con rinnovato orgoglio, ti rincuori e i tuoi solchi naso-genieli immediatamente si distendono sul filo del decontract al principio attivo di speranza che c’hai appena spalmato sopra. Quel culo paterno può essere il motivo per cui valga la pena festeggiare i capodanni anche in questa età. Il tempo passa e, che sia un’invenzione bella o un’impressione amara, va bene così, perché ci saranno sempre culi interessanti, per ogni tempo e ogni stagione.


Postato da: janisblu a 18:18 | link | commenti (11)

Ear

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